Archive for December, 2006

Anche questo è giornalismo?

Sunday, December 31st, 2006

Non posso fare a meno di chiedermi come mai le versioni online dei quotidiani diano l’impressione di non preoccuparsi minimamente della qualità delle notizie che pubblicano: in un certo senso – soprattutto quando si parla di tecnologia – l’impressione è che sia sufficiente mettere online la notizia con un titolo carino, senza curarsi di verificarla o di supportarla con un buon articolo.

Prendiamo questo articolo di corriere.it: L’omino e il pc, nuovo tormentone in Rete. Anche volendo sorvolare sul fatto che il tormentone non è affatto nuovo, il testo dell’articolo lascia perplessi.

Ma si ribella, cominciando a combattere all’interno delle pagine di Word o sul paesaggio che fa da sfondo a un desktop affollato di antivirus, playlist, Firefox (e la volpe dell’icona è un osso duro..), archivi vari eccetera eccetera.

Word? Accidenti, dovevo essere distratto: io Word non l’ho visto da nessuna parte. In compenso ho visto un sacco di Flash (persino uno splash screen enorme all’inizio) che non viene minimamente citato nell’articolo. Che poi l’omino stilizzato sia una personificazione di noi utenti, mi sembra un’interpretazione quantomeno discutibile, dal momento che si ribella proprio all’utente che manovra il mouse. Dulcis in fundo, rimane la pessima abitudine del Corriere di non linkare i siti originali, una delle più basilari norme della netiquette.

Ci vorrà ancora molto, prima di poter avere articoli che parlano dei new media con cognizione di causa?

Eragon

Friday, December 29th, 2006

Qualche sera fa ho visto Eragon. Il film in sé non è veramente nulla di che: principalmente scopiazzature dai vari capisaldi del genere (dal Signore degli Anelli a Star Wars) ed effetti speciali sparsi a pioggia. Fortunatamente siamo andati al cinema aspettandoci esattamente questo e quindi ci siamo divertiti come dei pazzi :D

La carenza di originalità è forse il peccato meno grave di questo film: dal SdA in poi sembra che tutti non abbiano fatto altro che citare la trilogia tolkeniana, così come accadde dopo l’uscita del primo Matrix. I veri problemi del film di Eragon sono:

  • Scelta pessima della doppiatrice italiana per il drago, che essendo a tutti gli effetti uno dei personaggi principali avrebbe meritato di meglio
  • Personaggi totalmente monodimensionali a cui sono affidati dialoghi ben poco incisivi
  • Le classiche scene tamarre che ormai (anche per colpa di Peter Jackson, ahimé) sembrano essere diventate indispensabili per ogni film fantasy

Nota a margine: sono rimasto sorpreso nell’accorgermi che una particina nel film è stata affidata a Joss Stone, cantante di cui ho già parlato un paio di volte sul blog. Il mio entusiasmo per la scoperta si è miseramente infranto sulle facce di marmo degli amici, che mi comunicavano un chiaro e diretto “e chi cazz’è?” :D

In caso qualcuno volesse acculturarsi, segnalo un paio di punti di partenza: Snakes & Ladders, Sleep like a Child. Chi ha orecchie per ascoltare… ascolti ;)

PS: Durza è palesemente uno dei Rhapsody :D

Hype al contrario

Thursday, December 21st, 2006

L’hype può essere deleterio: la delusione è sempre dietro l’angolo. Per questo sarebbe utile un po’ di hype al contrario

Ma cominciamo dalle basi: di cosa stiamo parlando? Google define suggerisce:

Hype: Extreme promotion of a person, idea, or product.

A livello di marketing, creare hype è probabilmente una buona idea: ingenerare aspettative nei potenziali clienti è un passo importante per farli diventare clienti effettivi. Da questo punto di vista ho pochi dubbi sul fatto che l’hype aiuti le vendite.

Il problema è che il marketing, una volta venduto il prodotto, ha esaurito il proprio scopo e si disinteressa nella faccenda. Ma cosa succede all’acquirente, che si trova in mano un oggetto di cui per mesi ha sentito tessere lodi sperticate? Le sue aspettative nei confronti del prodotto sono (giustamente) molto alte: questo significa che la probabilità di rimanere deluso aumenta enormemente.

Pensateci: quante volte è successo che un amico vi consigliasse caldamente un libro, un film, un gioco? E quante volte, dopo averlo effettivamente sperimentato, vi siete ritrovati a pensare “mi aspettavo qualcosa di più”?

Exit hype, enter… hype al contrario.

Pensate invece a cosa sarebbe accaduto se non aveste nutrito grandi aspettative: al peggio, avreste confermato la vostra opinione iniziale, ma sarebbe anche stato molto più probabile rimanere piacevolmente sorpresi. In effetti, molti dei CD che più mi sono piaciuti hanno beneficiato degli effetti dell’hype al contrario: se mi fossi aspettato chissà cosa, prima di ascoltarli, probabilmente mi avrebbero lasciato indifferente. “Tutto qui?”, avrei pensato.

Può sembrare che l’hype al contrario giovi soprattutto al fruitore del prodotto, per evitare una delusione. Eppure, può essere impiegato utilmente anche in una prospettiva piuttosto vicina al “marketing”. In effetti, quando consigliamo qualcosa ad un amico, tendiamo a privilegiare la qualità della sua esperienza rispetto al semplice fatto che ci abbia dato retta (ovvero: non basta che abbia letto il libro che gli abbiamo consigliato, vogliamo anche che gli sia piaciuto). In questa ottica, una giusta dose di hype al contrario può servire ad aumentare la probabilità che il nostro consiglio venga apprezzato.

Rimane, comunque, un particolare a cui prestare attenzione: ciascuno di noi è bersagliato quotidianamente da consigli – più o meno interessati – su cosa leggere, guardare, mangiare, ascoltare eccetera. In una situazione del genere, poiché il tempo per fare tutto non c’è mai, un leggero hype è indispensabile per superare la soglia che rende un prodotto degno della nostra attenzione. E’ quindi necessario un giusto bilanciamento tra hype e understatement, se vogliamo che i nostri consigli siano veramente apprezzati come meritano ;)

Politica del (Tu)Tubo

Wednesday, December 20th, 2006

Sta facendo parlare di sé l’iniziativa del ministro Antonio Di Pietro che – primo politico in Italia – ha deciso di sfruttare YouTube per veicolare un proprio messaggio.

Al di là del contenuto del video, l’iniziativa mi pare interessante sotto diversi punti di vista:

  • Dimostra un certo interesse per il target di elettori costituito dai navigatori del web. Per quanto un rapporto fecondo tra internet e politica resti ancora in molti casi pura utopia, forse la popolazione del web sta guadagnandosi il diritto ad essere presa in considerazione.
  • Utilizza su Internet una forma comunicativa (il video) che in Italia è quasi totalmente appannaggio delle televisioni tradizionali.
  • Si conforma allo standard de facto del web (YouTube) invece di ricercare soluzioni proprietarie, incompatibili o anche semplicemente obsolete.
  • Paradossalmente, diminuisce l’importanza dell’immagine: siamo abituati a vedere i politici in contesti sfarzosi e quasi barocchi, contornati da fiori, bandiere ed affreschi, illuminati da ogni angolo, mentre in questo caso abbiamo una telecamera a tratti traballante, uno sfondo che potrebbe benissimo essere un corridoio di qualsiasi appartamento, scarsa illuminazione, rumori di fondo e fade-out fatti con l’accetta. Riconosciamo la natura “istituzionale” del messaggio poiché conosciamo Di Pietro, ma un video analogo (se non identico) sarebbe alla portata di qualunque cittadino con una telecamera digitale.

L’ultimo punto, in particolare, non è necessariamente positivo. Senza dubbio però va nella direzione di rendere il messaggio meno ingessato e formale (alcune interviste a politici sembrano girate nel 1800).

(Nota a margine: chiunque gestisca il blog di Di Pietro farebbe bene ad informarsi su cosa siano i Permalinks…)

URL di un sito come account OpenID

Wednesday, December 20th, 2006

Prendendo spunto da questo post di Foll (andate e leggete) ho provato a seguire le istruzioni riportate da Simon Willson per rendere il mio blog (in realtà la mia hompage) un alias per il mio account OpenID. Prima di tutto una brevissima intro, direttamente dal post di Wilson:

Wouldn’t it be great if you could use the same account to log in to multiple sites and applications, without having to trust them all with your password? Wouldn’t it be even better if you could do this without having to hand ownership of your online identity over to some monolithic third party?
The good news is, you can!

Le istruzioni che seguono sono decisamente chiare: probabilmente non necessiterebbero di aggiunte se non fosse che il mio OpenID provider (ovvero ClaimID) non è tra quelli previsti dal post. I passi sono comunque semplici.

  1. Registrare un account su ClaimID. Questo processo crea automaticamente anche un account OpenID, che sarà quello che andremo ad usare. Ad esempio, il mio account OpenID è openid.claimid.com/simbul (mentre il mio account ClaimID è claimid.com/simbul).
  2. Aggiungere il seguente codice nell’header (ovvero tra i tag <head> </head>) della pagina che si vuole usare come alias :
    <link rel="openid.server" href="http://openid.claimid.com/server" />
    <link rel="openid.delegate" href="http://openid.claimid.com/simbul" />
    

    Ovviamente questi sono i parametri validi nel mio caso. openid.server è l’indirizzo del server di autenticazione del mio provider (in questo caso ClaimID, come detto in precedenza). openid.delegate è invece il mio account OpenID (non ClaimID, attenzione!).

A questo punto non resta altro da fare che trovare un sito che supporti il login con OpenID, inserire l’indirizzo della pagina così modificata (nel mio caso http://openid.claimid.com/simbul) ed acconsentire al login in quel sito (sarà ClaimID a chiedercelo).

Curiosamente il procedimento funziona a dovere con Ma.gnolia, ma non con il sito di Simon Wilson, che sembra non ricordarsi del mio login.

Metti una Tigre nel backend

Tuesday, December 19th, 2006

Ho appena installato Tiger, una plugin per WordPress che rivoluziona l’aspetto delle pagine di backend (quelle che vede solo l’amministratore del sito, per intenderci).

Se la memoria non mi inganna, avevo già provato qualche mese fa una versione precedente della plugin, che mi aveva però lasciato piuttosto indifferente. Stavolta mi pare che i miglioramenti siano più consistenti (l’interfaccia standard di WP, per quanto non orrenda, necessita davvero un’operazione di revamp) quindi penso che stavolta mi convertirò in maniera definitiva.

Scoperto via Ludo, che ha inaugurato con questa news l’ingresso nel mio feedreader ;)

Opeth @ Live Club, Trezzo

Sunday, December 17th, 2006

Mi ero ripromesso da qualche anno di cogliere la prima occasione utile per vedere gli Opeth dal vivo. Quando si è presentata, quindi, non ho potuto lasciarmela scappare ;)

Assieme a Marco prendo quindi la macchina per dirigermi verso il ridente Live Club di Trezzo d’Adda. Dopo esserci persi – come è d’uopo – nelle contorte viuzze di Trezzo, arriviamo al locale per scoprire che il parcheggio è strapieno: prima avvisaglia di quella che si rivelerà una discreta coda all’ingresso del Live Club.

Coda

Entriamo rivolgendo generici improperi ai gestori di locali italiani (25€ + 3€ di tessera obbligatoria… e ovviamente consumazione esclusa). Rapida occhiata al guardaroba (+2€) per decidere che ci terremo addosso la giacca tutta la sera :D

Sul palco stanno già suonando gli Amplifier, gruppo a me totalmente sconosciuto che fa da spalla agli Opeth. Volumi ed equalizzazioni non sembrano esattamente ottimali: il risultato è un pastone sonoro in cui non si riesce a distinguere niente.
Nonostante un graduale miglioramento nel sound nei pezzi seguenti, comunque, gli Amplifier ci lasciano piuttosto indifferenti.

Dopo il classico cambio palco è finalmente il turno degli Opeth, che attaccano subito pesante con Ghost of Perdition, dall’ultimo album. Con un certo disappunto mi pare di notare che i suoni siano ancora parecchio impastati (ad esempio la doppia cassa nei pezzi più veloci praticamente non si sente neanche). Fortunatamente la situazione migliorerà andando avanti con la scaletta.

Martin Mendez Ancora Åkerfeldt

I pezzi successivi sono presi praticamente da tutti gli album e verso la fine della serata c’è anche spazio per una bellissima Windowpane, acclamata dal pubblico con un calore che non mi aspettavo (essendo il pezzo più lontano dal “classico” stile Opeth dell’intera serata). Negli intervalli tra un brano e l’altro, Åkerfeldt sfodera inaspettate doti da cabarettista :D

La qualità tecnica dell’esecuzione è sempre molto alta (della voce di Åkerfeldt, poi, faccio sempre fatica a capacitarmi) anche se mi è sembrato di notare una certa mancanza di precisione alla batteria. Non nascondo che avrei preferito sentire dietro le pelli Martin Lopez (che però ha lasciato il gruppo) e che ovviamente rosico per non essere riuscito a vederli dal vivo nel breve periodo in cui il posto di batterista era stato occupato dall’immenso Gene Hoglan…

Peter Lindgren, Mikael Åkerfeldt e Martin Mendez

La sensazione alla fine del concerto – dopo il bis con una tiratissima Deliverance – è positiva, anche se la scarsa “cantabilità” dei pezzi degli Opeth gioca contro il coinvolgimento del pubblico (tanto è vero che all’uscita avevo ancora la voce :D). Tra parentesi, finalmente mi sono ricordato di portare la macchina fotografica ad un concerto, così ho potuto fare un sacco di foto buie e sfuocate. Yay! :P

America

Thursday, December 14th, 2006

Sulla pagina MySpace della InsideOut è disponibile (non so ancora per quanto) la preview completa di America, uno dei brani di Scarsick, il nuovo album dei Pain of Salvation che uscirà a Gennaio.

Il brano in sé non mi ha entusiasmato particolarmente, ma questo potrebbe essere anche un bene (hype al contrario… un giorno dovrò scriverci un post :D).

A proposito di Scarsick, sembra che la solita versione leaked sia già disponibile da qualche giorno sui classici canali di condivisione (come dimostra la pagina di last.fm dedicata ai PoS, già piena di titoli dell’ultimo album). Io cmq penso che pazienterò fino a Gennaio ;)

Console war

Wednesday, December 13th, 2006

Un’occhiata a Google Trends è sempre interessante. Statisticamente assai poco affidabile, ma divertente… ;)

Sony vs Microsoft vs Nintendo

Playstation vs Xbox vs Wii

Il GiroGioco

Monday, December 11th, 2006

L’altra sera sono stato alla Città del Gioco. Come sempre mi sono ritrovato a pensare come si potrebbero modificare alcuni giochi in modo da renderli più “partecipativi”. Quella che segue è un’idea che cercherò di testare appena ne avrò l’occasione.

Primo punto: mi riferisco a giochi tipo Taboo o Pictionary (volendo anche Trivial), che in sostanza ruotano intorno ad una persona che fa una domanda e ad un’altra che tenta di indovinare. Il classico gioco a squadre, per quanto comunque divertente, mi è sempre sembrato un po’ troppo ingessato: di turno in turno, le coppie che ricoprono i due ruoli sono infatti sempre le stesse.

L’idea è quindi quella di organizzare il gioco in modo che ogni giocatore sia in coppia almeno una volta con ciascuno degli altri giocatori, formando quindi di turno in turno delle squadre diverse. Il punteggio viene assegnato ad entrambi i componenti della squadra. Poiché le squadre cambiano continuamente, questo sistema premia mediamente i singoli giocatori più capaci (come è giusto che sia).

Un esempio per capirci meglio: consideriamo una partita a Pictionary con 5 giocatori (Anna, Barbara, Carlo, Daniela, Enrico). Per aiutare a tenere traccia ad ogni turno di quali siano i giocatori che devono formare una coppia, useremo due indicatori: il blocco da disegno (che sarà tenuto da chi deve far indovinare) e la clessidra (che sarà tenuta da chi deve indovinare). Ovviamente per altri giochi utilizzeremo altri indicatori.

GiroGioco

La partita inizia da Anna. La rotazione dei turni avviene in senso antiorario (è solo una convenzione, ovviamente). Anna deve disegnare (ed ha quindi il blocco) mentre Barbara deve indovinare (ed ha quindi la clessidra, anche se ovviamente saranno gli altri giocatori a controllare lo scadere del tempo). Supponendo che in questo modo vengano indovinate 3 parole, Anna e Barbara guadagnano 3 punti ciascuna.
A questo punto tocca a Barbara disegnare (e ricevere quindi il blocco) ed a Carlo indovinare (ricevendo la clessidra). Visto che Barbara è molto brava a disegnare, vengono indovinate 5 parole: in questo modo Barbara arriva ad un totale di 8 punti. Il giro continua in questo modo fino a tornare ad Anna (quindi C->D, D->E, E->A).
Ora Anna ha nuovamente in mano il blocco, mentre Barbara ha ancora la clessidra. Visto però che il primo giro è concluso, la clessidra deve fare un ulteriore passo avanti, finendo in mano a Carlo. A questo punto il giro può ricominciare normalmente (ovvero: sia il blocco che la clessidra passano sempre nella posizione immediatamente a destra), però le coppie sono ora formate da Anna e Carlo, Barbara e Daniela, Carlo ed Enrico, Daniela ed Anna ed infine Enrico e Barbara.

All’inizio del terzo giro Anna ha ancora in mano il blocco e Carlo ha la clessidra: quest’ultima fa però (come prima) un ulteriore salto a destra in modo che le coppie stavolta siano A->D, B->E, C->A, D->B, E->C. Sembra complicato ma le regole in sostanza sono solo due:

  • Ad ogni turno il blocco e la clessidra si muovono di UN passo in senso antiorario.
  • All’inizio di ogni giro la clessidra fa UN ulteriore passo in senso antiorario.

All’inizio del quinto giro (dopo il salto della clessidra) Anna si trova in mano entrambi gli indicatori. A questo punto si può terminare il gioco (ogni giocatore ha disegnato ed indovinato esattamente 4 volte) oppure ricominciare dall’inizio, lasciando il blocco ad Anna e passando la clessidra a Barbara.

Oltre ad aumentare le interazioni (tutti giocano con tutti), questo metodo evita anche alcune dinamiche negative dovute alle squadre: ad esempio la presenza di una squadra troppo affiatata (che rende il gioco impossibile per gli altri) oppure di una male assortita (che praticamente finisce da subito in ultima posizione e non partecipa più attivamente al gioco).

Ora: chi si offre per testarlo? :D