Archive for February, 2009

Data pollution

Friday, February 27th, 2009

Data is the pollution of the information age. It’s a natural byproduct of every computer-mediated interaction. It stays around forever, unless it’s disposed of. It is valuable when reused, but it must be done carefully. Otherwise, its after effects are toxic.

And just as 100 years ago people ignored pollution in our rush to build the Industrial Age, today we’re ignoring data in our rush to build the Information Age.

Bruce Schneier

Riepilogo musicale /3

Wednesday, February 25th, 2009

Dopo aver parlato di anni ’60 e ’70, torniamo nel presente, con un paio di album che ho scoperto grazie ai suggerimenti di last.fm.

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thedarkthirdIn ordine di tempo, gli ultimi ad aver attratto la mia attenzione sono stati i Pure Reason Revolution, un gruppo britannico con chiare influenze progressive, mischiate però a dosi abbondanti di elettronica.

Probabilmente, se qualcuno mi avesse descritto il genere musicale prima di farmi ascoltare qualcosa, li avrei liquidati come il solito tentativo di creare un ibrido malriuscito e non li avrei degnati di alcuna attenzione. E’ invece successo che me li sia trovati più volte nella playlist casuale di last.fm, al punto che dopo un paio di settimane conoscevo praticamente tutto The Dark Third, pur non avendo idea che le tracce facessero parte di uno stesso album.

Non si è trattato di una scoperta che definirei sensazionale, ma è senza dubbio un album di piacevole ascolto (anche se i testi non hanno alcun senso :P).

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crashUna sorte piuttosto simile è toccata alla ben più nota Dave Matthews Band, che non conoscevo affatto prima che last.fm infilasse a tradimento nella mia playlist alcuni pezzi che hanno subito catturato la mia attenzione. Tutto è partito quindi da So Much to Say e Drive In Drive Out, che mi hanno incuriosito al punto da ascoltare tutto l’album da cui sono tratte: Crash.

L’album è un po’ altalenante: è buono nel complesso, ma sono pochi i pezzi che mi hanno colpito al di là di quelli che ho citato sopra. Soffre forse di una certa tendenza a ripetersi, soprattutto nei pezzi più soft ed acustici.

Menzione particolare per Carter Beauford, batterista sorprendente per groove, pulizia e precisione.

Le copertine sono copyright dei rispettivi detentori dei diritti.

Riepilogo musicale /2

Saturday, February 21st, 2009

Dopo aver parlato di musica degli ultimi anni, facciamo un salto nel passato prossimo.

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abbeyroadE’ difficile dire di non conoscere i Beatles. Quando si nuota nel mare si finisce sempre per bere un po’ di acqua salata: allo stesso modo chiunque si trovi a nuotare nella musica non può non ingoiare la propria razione di Beatles [1].
Però da qui a dire di conoscerli veramente il passo è enorme: ecco perché in realtà conosco i Beatles solo da pochi anni [2].

Tutto è partito da One, il raccoltone enciclopedico dei maggiori successi, ascoltato per caso in ufficio. A questo si è aggiunta la necessità di imparare a suonare prima uno, poi due, poi tre dei loro pezzi meno noti, fino a che la curiosità mi ha spinto ad andare oltre i greatest hits, verso i loro album veri e propri.

Ascoltando Revolver, Rubber Soul o Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band risulta immediatamente chiaro perché i Beatles abbiano fatto – o sarebbe meglio dire siano – la storia della musica moderna. C’è il rock, il blues, il pop, ci sono testi impegnati e testi nonsense, ci sono chitarre, batterie, tamburelli, cori, violoncelli, sitar. Ci sono soprattutto dei pezzi talmente azzeccati da sembrare moderni persino con quarant’anni sul groppone.

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fragileAltro gruppo del passato che ho conosciuto solo negli ultimi tempi sono gli Yes. Laddove i Beatles sono l’epitome del gruppo di successo che chiunque ascolta, gli Yes  rappresentano invece la tendenza a costruire una musica complessa, che difficilmente si apprezza al primo ascolto.

Dimostrazione di questo fatto è anche la quantità di album che citerò nel post: più o meno lo stesso lasso di tempo che mi è servito a divorare tutti i principali album dei Beatles è stato necessario per digerire un solo lavoro degli Yes. In compenso, Fragile è stato per me oggetto di una vera e propria epifania. Un giorno l’ho riascoltato ed è stato come sentirlo per la prima volta: tutta l’apparente inaccessibilità è svanita e sono riuscito a percepirne la complessità come bellezza invece che come difficoltà. Ed è veramente eccezionale.

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[1] Il che, pensando alla traduzione del nome, fa un po’ schifo :D
[2] Del resto già nel 1984 – quando io avevo due anni – qualcuno si chiedeva chi fossero i Beatles.

Le copertine sono copyright dei rispettivi detentori dei diritti.

Riepilogo musicale /1

Tuesday, February 17th, 2009

Mi sono reso conto che da anni non parlo più in modo strutturato di album e gruppi musicali. Qualche commento qua e là, molti concerti, ma l’ultimo vero post di questi genere risale a fine 2004. E’ ora di rifarlo ;)

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fearofablankplanetLa new entry più rilevante in questi anni sono stati i Porcupine Tree. Steven Wilson ha le mani in pasta in moltissimi progetti interessanti, ma i Porcupine – paradossalmente nati come uno scherzo – sono senza dubbio uno dei più riusciti. La scoperta di questo gruppo ha avuto tra l’altro il lodevole effetto collaterale di farmi conoscere Gavin Harrison, batterista che ha rapidamente scalato la vetta dei miei preferiti di sempre [1].

I Porcupine Tree suonano un progressive rock piuttosto vario, che spazia da pezzi d’atmosfera – quasi acustici – a brani più duri e distorti. La complessità della composizione non è mai fine a sé stessa – spesso addirittura c’è ma non si vede, dimodoché quasi mai i pezzi diventano stucchevoli.

In cima alla mia personale classifica ci sono Fear of a Blank Planet, In Absentia, e Lightbulb Sun. E tra i primi due non saprei davvero quale preferire all’altro.

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remSenza cambiare troppo genere musicale, devo citare tra le new entry anche i Riverside: un gruppo polacco. Una piacevole eccezione alla regola che impone di suonare questo genere di musica solo in nordeuropa :D

Anche i Riverside alternano brani d’atmosfera ad altri più duri e tendenti al metal, con però una decisa preferenza per i primi. Non sono originali quanto i Porcupine Tree, ma si difendono bene. In aggiunta, hanno sfornato una serie di tre album in decisa crescita: il primo della serie – Second Life Syndrome – suona decisamente acerbo, se ascoltato alla luce delle produzioni successive. Out of Myself e Rapid Eye Movement mostrano un affinamento sensibile nella composizione e nella produzione, che fa anche ben sperare per il futuro.

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[1] Ad essere sincero: sono talmente tanti là in cima, che deve essere un altopiano, più che una vetta :D

Le copertine sono copyright dei rispettivi detentori dei diritti.

Nato sotto il segno del pesce

Saturday, February 14th, 2009

Konrad Lorenz, nel suo Anello di Re Salomone, racconta del curioso comportamento dello spinarello. Lo spinarello è un pesce che diventa tanto più bellicoso quanto più si trova vicino al proprio nido: nelle vicinanze è un campione di ferocia, disposto a difendere il proprio spazio anche a costo della vita, ma quando si allontana diventa via via più arrendevole e sottomesso.

Curioso – ho pensato leggendolo – come sia il ribaltamento di qualcosa che conosco bene.

In questi giorni capita che sia preso da una certa euforia creativa: mille cose da fare, scrivere, vedere, ascoltare. Tutto questo, però, soltanto quando non posso farle.
Mi viene voglia di scrivere degli articoli per il blog? Sono in coda dal veterinario. Mi passano per la testa una mezza dozzina di posti in cui andare? Sto facendo la doccia. Sento l’ispirazione per riprendere in mano un progetto dormiente? Sono bloccato nel traffico.

Quando invece sono libero di fare quello che voglio, scopro che in realtà non lo voglio affatto. Tutti i miei progetti di poco prima sono così lontani che sembrano appartenere alla vita di qualcun altro.
Così il tempo libero sgocciola via, perdendosi in mille rivoli inconcludenti. E più lui se ne va, più sento che ci sono cose che posso fare, che devo fare, che voglio fare. Ma non c’è più tempo.

The time is up. The song is over. Thought I’d something more to say.