Archive for the 'mind soup' Category

Il tempo del mondo

Saturday, June 12th, 2010

Quando sei piccolo, il tempo non scorre.
Non è solo il fatto che la morte sia un concetto completamente alieno. L’idea stessa di tempo è puntiforme e immutabile: esiste il mio tempo, qui e ora.
Non esiste un tempo degli altri – o meglio, il tempo degli altri è solo un’estensione del mio: l’universo vive con me, nel mio tempo.
Quando sei piccolo, non capisci come qualcuno possa vivere in un tempo diverso: le cose che ti interessano sono quelle che interessano al mondo, il tuo linguaggio è quello che deve parlare il mondo, il tuo presente è il presente del mondo.

Quando sei piccolo non esiste il passato. E neanche il futuro, che paradossalmente proprio in quel momento si estende più lontano di quanto mai farà in ogni altro periodo della vita. Per vedere il futuro, però, serve l’esperienza del passato. Per capire veramente cosa significa guardare 10 o 20 anni avanti a sé bisogna averli vissuti, prima. Man mano che il nostro campo visivo sul passato si allarga, lo stesso fa quello sul futuro.
Quante cose sono cambiate in 10 anni? Quante non sei riuscito a cambiarne?
E quindi, quante ne cambieranno?

La prospettiva sul tempo cresce pian piano. Ma il momento in cui realizzi che è cresciuta è improvviso come uno schiaffo.

Il mio presente non è il presente del mondo.
Sono nel futuro di alcuni e nel passato di altri. E nessuno – nessuno – si trova esattamente nel mio stesso istante.

La lingua cambia. La tua lingua non è più universale, al massimo puoi condividerla con una manciata di coetanei. Ripensi a quanto ti sembrava fuori dal tempo il modo di parlare dei tuoi genitori e ti accorgi che ha seguito lo stesso percorso del tuo: si è formato in un’epoca e lì è rimasto ancorato. E questo non significa che sia fuori dal tempo: è nel suo tempo.

Mi sto trasformando nei miei genitori? Avevo giurato di no, che io non sarei mai stato così.

I ricordi cambiano. Che è successo durante i mondiali dell’82? Chi erano i Beatles?
Forse per te sono solo nomi, racconti, ma qualcuno li ha vissuti, con la stessa nitidezza con cui tu hai vissuto Italia-Francia nel 2006, con la stessa ricchezza di particolari con cui sapresti descrivere chi sono gli U2.
Particolari minimi: l’amico appassionato che conosce tutti i pezzi a memoria, la copertina del CD che hai visto un giorno in 4 vetrine di seguito, la confusione quando hanno fatto il concerto vicino a casa tua. Esperienze che nessuna enciclopedia o libro di storia potrà mai ricreare, per chi non le ha vissute in prima persona.

Avevo giurato perché ero sicuro di farcela: stavo vivendo pienamente nel presente del mondo. Il mondo si muoveva con me. Come diavolo avessero fatto, gli adulti, a scivolarne fuori così palesemente, era incomprensibile.

Il modo di vedere gli altri cambia.
Io sono io. Ma anche loro lo sono. Ognuno è un “io” racchiuso nel proprio tempo, nel proprio spazio, nella propria lingua, ricordi, esperienze, canzoni, eventi condivisi e solitari.

E’ una rivoluzione copernicana. L’Io non può più illudersi di essere il centro immobile dell’universo. Esistono gli altri, ognuno unico, ognuno nel suo tempo. Forse un centro immobile non esiste neanche. O forse non ha senso cercare di vederlo, finché siamo immersi nel divenire.

Sto scivolando fuori dal presente, come gli adulti quando ero piccolo?

Il fatto è che non esiste alcun presente da cui uscire.
Al massimo esisterà uno spirito dei tempi: la cantante che va per la maggiore, la tecnologia che tutti usano, la religione più diffusa. Ma sono tutti equilibri instabili, momentanei, locali: non è veramente il presente, è solo quello che oggi la maggioranza reputa “giusto”.

Posso scegliere di seguire questo spirito oppure no. In ogni caso, sono nel mio tempo.

Quando cresci, capisci che non sei tu a dettare il tempo del mondo.
Ma neanche il mondo a dettare il tuo.

Ho scritto t’amo sull’asfalto

Sunday, January 31st, 2010

Qualche giorno fa, sui marciapiedi della mia zona, è comparsa una curiosa scritta.

Ciò che mi ha immediatamente colpito sta nell’ultima riga: due caratteri, <3, a rappresentare un cuore.

Simboli di questo tipo sono caratteristici della comunicazione elettronica e sono figli delle sue limitazioni: un set di caratteri ridotto e una struttura tutto sommato rigida. Queste costrizioni hanno portato, nel tempo, ad unire simboli basilari quali parentesi e segni di interpunzione per rappresentarne altri più complessi, che vanno dal semplice smiley alla più intricata ASCII art.

Ci si aspetterebbe che, liberi dalle limitazioni del formato elettronico, questi espedienti non fossero più necessari. Eppure qualcuno, pur nella libertà concessa da una bomboletta di vernice sull’asfalto, ha pensato comunque di ridursi ai caratteri ASCII per veicolare il suo messaggio.

La cosa mi ha lasciato perplesso, finché non ho realizzato che anche io, nei miei rari messaggi scritti con carta e penna, sono spesso tentato di utilizzare le faccine tipiche dei messaggi digitali. Non è quindi una questione di limitazioni imposte dal medium utilizzato: ormai, per me, quelle faccine hanno un ben preciso significato. E lo stesso vale per quel cuore stilizzato sull’asfalto.

Quella che era nata come approssimazione di un simbolo è diventata simbolo a sua volta.

Facebook: the Genesis

Wednesday, December 30th, 2009

Ispirato dalla versione Facebook del Signore degli Anelli ad opera di CollegeHumor, la mia libera interpretazione della Genesi ;)
(Cliccate sull’immagine per vederla in formato più leggibile).

La scala M1

Monday, October 26th, 2009

Personalmente, per valutare la qualità di un libro, uso la scala emmeuno (simbolo: M1).

E’ una semplice scala lineare, la cui misura campione è conservata nel sottosuolo di Milano.

La misurazione tramite M1 è molto facile: basta leggere un libro in metropolitana e verificare a quante fermate dall’arrivo ci si accorge di dover scendere.

I libri migliori si attestano su 1 o 2 emmeuni. Un libro particolarmente avvincente potrebbe anche arrivare a -1 emmeuni (“pork! dovevo scendere!”).

In questo periodo sto leggendo Nation, il (pen)ultimo di Pratchett: nella mia scala emmeunica soggettiva è un Precotto, potenzialmente un Villa San Giovanni.

Abbonament wars: settimanale vs. mensile

Wednesday, July 22nd, 2009

Vivendo e lavorando a Milano, prendo i mezzi pubblici praticamente tutti i giorni. Finché stavo in università, era una pacchia: l’abbonamento studenti costa 17€, il che lo rende più economico praticamente di qualsiasi alternativa [1].

Diventato “adulto” (almeno secondo ATM) sarei dovuto passare ad un abbonamento urbano da 30€: decisamente meno conveniente. Le alternative, per chi viaggia molto, sono due tipi di biglietto: il carnet da 10 viaggi e il settimanale 2×6.

Il carnet costa 9,20€ e vale per 10 viaggi senza limiti di tempo: 10 in un giorno, 1 al mese per 10 mesi… o verosimilmente 10 alla settimana, considerando 5 giorni lavorativi. Al mese (4 settimane, per semplificare) vengono 36.80€: scartato.

Il settimanale costa 6,70€ e vale al massimo per due viaggi al giorno, per sei giorni e comunque non più di una settimana. Costo totale al mese 26,80€.

Messa così il settimanale sembrerebbe la soluzione migliore, anche ammettendo di sprecare sempre il sesto giorno [2]. Tuttavia la limitazione dei 2 viaggi al giorno ne riduce la convenienza: basta essere costretti a comprare 4 biglietti ordinari al mese e già siamo sopra i 30€ dell’abbonamento.

Ora, visto che sono abbastanza nerd da fare un post dettagliando questi costi al limite del centesimo, volete che mi facessi sfuggire l’occasione di raccogliere un po’ di dati statistici? Non sia mai! :D

Ecco quindi i risultati: nei sei mesi da gennaio 2009 a giugno 2009 ho sempre usato il settimanale (più carnet o biglietti singoli quando necessario) e il risultato finale è che ho risparmiato la mirabolante cifra di 7 centesimi di euro al mese. Accidenti.

Il guadagno mensile quindi è più teorico che altro. Rimane il fatto che (1) il settimanale è meno ingombrante dell’abbonamento, (2) non bisogna fare strani giochini per ricaricarlo e (3) non ha il costo una tantum di 10€ per l’emissione della tessera (ogni 4 anni). Inoltre può essere sostanzialmente vantaggioso in mesi come dicembre o agosto (ammesso che almeno un po’ di ferie le facciate :D).
Dall’altro lato l’abbonamento offre un po’ di libertà in più, ma finché non sarà possibile ricaricarlo in maniera semplice (ehi, esiste Internet!) non penso che sia poi un grande vantaggio.

~

[1] Se non vivete a Milano: il biglietto ordinario (=1 viaggio in metropolitana) costa 1€.

[2] Notare che il settimanale non conviene se si viaggia per soli 3 giorni alla settimana: 6,20€ per 6 viaggi sono praticamente 1€ a viaggio. In quel caso meglio comprare un carnet e tenersi buoni i viaggi avanzati, che tanto tornano sempre utili ;)

Nessun Neverwhere

Tuesday, January 20th, 2009

Neverwhere è un romanzo di Neil Gaiman. Ma è anche una serie televisiva inglese (sempre di Gaiman). Contrariamente a ciò che avviene di solito, la serie televisiva precede il libro: in effetti il romanzo è stato, per Gaiman, un modo per non abbandonare tutte le parti della sua sceneggiatura che erano state tagliate per esigenze televisive.

Il libro è molto divertente e ben scritto: Gaiman si conferma una garanzia.

La serie televisiva è, invece, una discreta schifezza. Anche tenendo conto che porta sul groppone più di 10 anni, la si può salvare solo per quell’affetto che si prova verso chi fa qualcosa con pochi mezzi e tanta buona volontà. E per l’accento deliziosamente british dei protagonisti, ovviamente :D

Mentre mi godevo il libro (e sopportavo la serie tv), mi sono più volte chiesto come si sarebbe potuto tradurre il titolo, “Neverwhere”. La versione italiana del libro si intitola “Nessun dove”: scelta perfettamente comprensibile – a me non è venuto in mente di meglio – ma fondamentalmente sbagliata.

I termini nessuno + dove costituiscono un neologismo che evoca l’immagine di un non-luogo, evocando soltanto una dimensione spaziale.
L’accoppiata never + where, invece, contiene sia un elemento spaziale (where) che uno temporale (never): molto più interessante!

La parte curiosa, però, arriva adesso. A pensarci bene, nessundove ha già una sua traduzione letterale in inglese, senza scomodare il neologismo di Gaiman: nowhere. Nessun + dove = no + where.
Ancora meglio: se proviamo a fare il percorso all’inverso partendo da nowhere, ci accorgiamo che non esiste una parola italiana che ne sia la traduzione. Possiamo dire “in nessun luogo”, “da nessuna parte”, ma non possiamo condensare il tutto in una singola parola. Se potessimo, sarebbe ovviamente nessundove.

Quindi, non solo in italiano non abbiamo un neverwhere. Non abbiamo nemmeno un nowhere!
O, quantomeno, io non l’ho trovato da nessuna parte ;)

Sprise!

Friday, January 2nd, 2009

In questo periodo dell’anno si fanno liste di propositi… io faccio la lista delle keyword più assurde con cui la gente arriva sul mio sito :D
Nota: salvo un’eccezione (interessante sotto il profilo storico) non citerò la valanga di keyword collegate al termine “emo”, perché ormai sono routine ;)

  • “Emo nude” - in varie permutazioni, ha ormai scalzato il mitico universitarie nude (io continuo a preferire le universitarie)
  • “alessandro morandi ombrellino” - esiste un cocktail a mio nome?
  • “biglietti aug da inserire testo” – augh!
  • “britney sprise senza mutande” – chi? (la parte delle mutande cmq è un’indicazione abbastanza inconfondibile)
  • “effetti della fiat duna” – investito qualcuno?
  • “emo come si chiama quell emo bionda sempre kn la mano in su” – er…
  • “in psicologia che significato ha la posizione del versare da una bottiglia in un bicchiere” – a volte una bottiglia è solo una bottiglia ;)
  • “ma di chi è christmas with the yours” – ma di Elio e le Storie Tese, che diamine!
  • “majorettenude” – un evergreen, anche in versione salvaspazio
  • “modelli di unchi” – ah ci sono diversi modelli? (se non cogliete il riferimento, forse dovete vedere Dennō Coil…)
  • “nude a sorpresa” – TA DAAAAAA!
  • “se il mio computer non termina l’operazione è grave ?” – dipende chi stai operando
  • “sono una ragazza brutta nessuno mi vuole aggiungetemi il mio contatto msn vi prego!” – Caro Google…
  • “singulto peristaltico spongiforme fulminante” – sembra grave
  • “matematica contro internal number” – la versione nerd di “Maciste contro Freud”
  • “ora che ho il pc tutto funzionante che ci faccio?” – buttalo, il divertimento è finito
  • “sono innamorata di te blog” – il blog è diventato tutto rosso
  • “universitarie nude nei bagni” – grandi novità 2009!

“Contro la crisi”

Friday, December 12th, 2008

Attendiamo con ansia i prossimi scioperi contro la pioggia nei weekend e la scomparsa delle mezze stagioni.

Un anello per cifrarli

Sunday, September 7th, 2008

Cory Doctorow (noto blogger) si è sposato ed ha chiesto a Bruce Schneier (noto criptoanalista) qualche consiglio su come realizzare un anello nuziale che funzionasse anche da cifrario.
Entrambi hanno poi postato la notizia sui rispettivi blog, aprendo ai lettori un concorso per la realizzazione della migliore applicazione crittografica dell’anello.

Questo sì che significa essere nerd geek :D

Geografia fantasy

Monday, September 1st, 2008

Leggendo The Hobbit ho avuto una sorta di illuminazione. Le mappe non servono a niente.

Mi spiego. La maggior parte dei fantasy della “vecchia scuola” si svolgono secondo il radicato cliché del viaggio avventuroso: parti dal punto A per arrivare al punto B e nel frattempo attraversi il bosco C, ti riposi nel castello D e squarti il mostro E.

Ognuno di questi viaggi segue un percorso, che potrebbe essere tracciato con precisione su una mappa. In effetti, molti libri fantasy si aprono con una mappa della zona in cui si svolge l’avventura.

Ora, secondo me questa mappa non serve a nulla.
Non solo: la mia sensazione è che le stesse indicazioni geografiche che costellano la storia vengano bellamente ignorate dalla maggior parte dei lettori. Il bosco C era ad est o a ovest delle montagne F? Come mai i personaggi stanno andando verso Nord, se 100 pagine fa ero convinto che la meta fosse a sud-est?

Il fatto è che le indicazioni sono (1) quasi sempre inessenziali e (2) un carico cognitivo che porta benefici scarsi o nulli. Gli stessi motivi per cui non ci si ricorda quasi mai di un percorso fatto in auto mentre guidava qualcun altro: si arriva a destinazione indipendentemente dall’attenzione posta alla strada percorsa, quindi tanto vale concentrarsi su altri particolari. Come la signora col cappello buffo nell’auto a fianco. O quella coda di drago che spunta da dietro una curva.