Archive for the 'reviews' Category

Spazio, ultima dentiera…

Saturday, May 9th, 2009

Lo Star Trek di J.J.Abrams è un bel film, una volta accettato il fatto che è una pellicola d’azione più che di fantascienza.

Tra l’altro Abrams dimostra una certa astuzia, inserendo nella storia stessa la giustificazione per qualsiasi modifica voglia apportare in futuro. Il trucco del viaggio nel tempo non brilla certo per originalità, ma significa quantomeno che i prossimi film potranno permettersi di staccarsi dalla storyline originaria ed esplorare nuove strade: una mezza dozzina di serie TV e una decina di film sono un’eredità pesante, quando si tratta di scrivere una storia mantenendosi coerenti con tutta la produzione precedente.

Tornando al titolo del post: il doppiaggio italiano, che sgonfia la frase più importante del film affidandola ad un narratore senza dentiera, poteva fare di meglio :D

La costante Carlton

Friday, March 27th, 2009

Ormai gli spettacoli di Larry Carlton al Blue Note sono diventati quasi un appuntamento fisso.

Quest’anno ammetto di essere stato indeciso: dati i prezzi fuori misura del Blue Note ogni concerto va scelto con cura meticolosa, e Larry l’avevo già visto due o tre volte.
Beh, sono contento di aver deciso di andare, alla fine. Un chitarrista che suona per più di un’ora senza annoiare mai è una perla rara.

Altra ragione – a posteriori – per andare al concerto: Gene Coye. Non capita spesso che un batterista sconosciuto mi lasci a bocca aperta come è successo ieri sera. Una timing e una precisione quasi imbarazzanti. Carlton ha la vista lunga anche quando si tratta di scegliersi i collaboratori, evidentemente ;)

Riepilogo musicale /8

Monday, March 23rd, 2009

Con questo ottavo post concludo il mio riepilogo. Stavolta si gioca in casa, perché voglio parlare di due dischi italiani.

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Elio e le Storie Tese - StudentessiIl primo dei due è Studentessi, degli Elio e le Storie Tese. Ne avevo già parlato diffusamente ai tempi dell’uscita, ma vale la pena citarlo ancora. Tanta era stata la delusione per Craccracriccrecr – probabilmente influenzato negativamente dalla scomparsa di Feiez, poco tempo prima – quanta la sorpresa nel ritrovare in questo album gli Elii in piena forma, forse ancor più che ai tempi d’oro.

Al di là del piacere di ascoltare un bell’album, il successo degli Elii mi fa piacere perché sono uno dei pochissimi gruppi italiani che riesce a fare veramente musica: originale, raffinata e suonata ad alti livelli. Tutto questo senza spocchia e senza annoiare: un risultato non da poco.

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tioboboL’album con cui vado a chiudere questa rassegna è in qualche modo legato al precedente: due terzi del Trio Bobo – Meyer e Faso – vengono infatti dagli Elio e le Storie Tese.

Ancora una volta devo ammettere che scalda il cuore sapere che la musica italiana non è morta – anche se forse sarebbe meglio parlare di musicisti italiani, più che di musica.

Trio Bobo è un album che sta tra il jazz e la fusion, ma che sarebbe riduttivo incasellare in uno di questi generi: è soprattutto – o almeno così mi è parso – il frutto della soddisfazione di tre grandi musicisti che si sono decisi a suonare quello che più gli piace. Tra i tanti pregi di quest’album è notevole come tre strumenti soltanto riescano a creare un suono così pieno e convincente.

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Per ora, questo è tutto. Ci sono molti altri album, generi e musicisti che ho scelto di non citare – del resto otto post sullo stesso argomento mi sembrano abbastanza :D

Non avevo un preciso scopo, quando ho iniziato a scriverli, se non il piacere di parlare di musica che amo. Se qualcuno degli album che ho citato vi avesse incuriosito, comunque, non potrei che esserne felice.

Riepilogo musicale /7

Tuesday, March 17th, 2009

Seventh post of a seventh post… eccoci arrivati alla penultima puntata di questo riepilogo. Oggi, a differenza della volta scorsa, Jazz!

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yellowjacketsGli Yellowjackets sono uno storico gruppo jazz fusion, che ho anche avuto la fortuna di vedere live. Pur non essendo sempre immediati all’ascolto, sfornano pezzi con un gran groove. Il loro album omonimo (Yellowjackets) contiene un paio di perle come Imperial Strut e The Hornet, che a me rimangono sempre in testa per delle ore, dopo averle ascoltate.

Il limite maggiore dell’album è quello che rappresenta in realtà un tratto distintivo del jazz: lunghi, lunghissimi assoli. Eseguiti ovviamente in maniera magistrale, ma a volte un tantino noiosi. Fortunatamente la struttura dei pezzi è sempre ricca di variazioni e obbligati, che compensano ampiamente le parti soliste.

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playground Manu Katché è un batterista, ma a sentire i suoi album quasi non si direbbe. Nonostante abbia una tecnica spaventosa (anche in questo caso ho avuto la fortuna di vederlo dal vivo) non approfitta dei sui album solisti per metterla in mostra.

Sia Playground che Neighborhood sono album delicati e rarefatti, nei quali la batteria si limita quasi sempre ad accompagnare gli altri strumenti. Non mancano ovviamente pezzi più ritmati – come Take off and land, che trovo meravigliosa – ma sono una minoranza che non perturba mai il tono confidenziale degli album.

Le copertine sono copyright dei rispettivi detentori dei diritti.

Riepilogo musicale /6

Thursday, March 12th, 2009

Se la volta scorsa ho parlato di due album con pochi legami tra loro, questa volta ne presenterò un paio che non hanno proprio nulla in comune.

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pornograffitiInnanzitutto, Pornograffiti degli Extreme.
Uno dei grandi misteri della musica è come sia stato possibile che la loro canzone più famosa – More than Words – sia anche la più lontana dal loro genere abituale. Non c’è nulla, nell’hard rock tendente al funk di Pornograffiti, che spieghi l’esistenza di un pezzo come More than Words. Eppure questa è la canzone per cui gli Extreme sono ricordati da tutti.

Questa premessa dovrebbe aver chiarito cosa ci si può aspettare dall’album: riff serrati di chitarra, ritmiche spedite, testi leggermente sopra le righe[1].
I pezzi, presi singolarmente, hanno tutti un gran groove. L’unica pecca è che ascoltarne una decina uno dietro l’altro rende l’album un po’ ripetitivo, alla lunga.

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hemulicvoluntarybandEd ora, per qualcosa di completamente diverso, voglio parlare dei Ritual, gruppo prog-folk svedese guidato da Patrik Lundström, già voce dei Kaipa, ennesimo progetto dell’infaticabile Roine Stolt.
Ok, ora che ho citato una valanga di nomi che nessuno conosce, parliamo dell’album :D

The Hemulic Voluntary Band è un curioso concept album, basato sul mondo e i personaggi creati da Tove Jansson – della quale avevo letto qualcosa molti e molti anni or sono.
I pezzi vanno dalla scanzonata presentazione della band (in stile Sgt. Pepper) a brani più rock ad altri più d’atmosfera, tutto con una forte componente folk.

La vera perla dell’album è però l’ultima traccia: A Dangerous Journey è a tutti gli effetti una favola in musica, 26 minuti durante i quali si dipana una storia semplice ma affascinante come solo i racconti per bambini sanno essere. Commovente.

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[1] In effetti un’altra eccezione vistosa è When I First Kissed You, che sembra un pezzo da pianobar :D

Le copertine sono copyright dei rispettivi detentori dei diritti.

Watchmen [spoiler]

Wednesday, March 11th, 2009

Tramite Leonardo scopro un post molto bello che demolisce il film di Watchmen.

Sono daccordo più o meno con il 50% del post, ma quel 50% è espresso così limpidamente che merita un link. E intanto approfitto di questa occasione per divulgare all’universo mondo la mia opinione sul film, con la scusa di raccontare quali siano i punti su cui concordo ;)

Il finale del film è più lineare e sensato di quello del fumetto, che già ai tempi della lettura mi aveva lasciato un po’ perplesso.

La precisione nella ricostruzione su pellicola delle tavole originali è notevole – peccato che poi l’originale venga tradito su particolari più sottili ma non meno importanti, come il fatto che Nite Owl e Silk Spectre sembrano Neo e Trinity in Matrix…

La colonna sonora mescola scelte azzeccate ad altre completamente senza senso (halleluja?)

Su Ozymandias, mi permetto una citazione integrale dal post. Sicuramente il personaggio che nella versione filmica mi ha più deluso. Occhio agli spoiler:

Ma parliamo un secondo di Ozymandias – l’uomo più intelligente del mondo, o, a giudicare dal film, l’uomo con il peggior parrucchiere del mondo. Nel libro è un quarantenne fisicamente in forma strepitosa (ed in questo marca la differenze con gli altri ex-supereroi), simile (in meglio) all’Alessandro Magno (eh) interpretato da Colin Farrell, fermamente sicuro di sé e della sua preclara intelligenza. Nel film sembra Steve Buscemi da giovane, è presuntuoso e mellifluo e neanche troppo furbo. Senza contare che una delle sequenze meno riuscite del fumetto, quella della scoperta del piano diabolico, viene incredibilmente peggiorata nel film: Nite Owl deduce la password da uno dei libri che Ozymandias tiene sulla sua scrivania. L’uomo più intelligente del mondo infatti sulla sua scrivania ha TRE libri, di cui uno (a) contiene la password per accedere ai file segretissimi che parlano del suo piano segretissimo che cambierà il destino del mondo, password e libro che (b) parlano di un personaggio che LUI ha scelto come suo alter ego, ma di cui evidentemente non ha imparato abbastanza da poter evitare di tenere un bignami sul suo tavolo per ogni evenienza.

La conclusione la lascio ad una citazione dal post di Leonardo, che come al solito ha capito tutto ;)

In realtà tutto questo non vi interessa un granché, voi volevate soltanto sapere se vale la pena andare a vedere Watchmen. No, naturalmente, non vale mai la pena di andare a vedere un adattamento cinematografico di qualcosa che per voi è un capolavoro. Come faccio a sapere che Watchmen per voi è un capolavoro? Che io sappia, non c’è nessuno che sia riuscito a leggerlo fino alla fine che non lo reputi tale. Gli altri, che non apprezzano i fumetti di giustizieri in costumi colorati, o non apprezzano i fumetti tout court, hanno già smesso di leggere. Siete rimasti solo voi, capito? Quindi, la risposta è no: non vale la pena. D’altro canto lo vedrete lo stesso, no? Come se aveste possibilità di scelta.

Riepilogo musicale /5

Saturday, March 7th, 2009

La volta scorsa sono tornato ancora nel passato (’70 e ’80). Stavolta vediamo un paio di album molto più recenti. Apparentemente nulla li accomuna, ma in realtà condividono il fatto di essere album che attendevo con curiosità e di cui ancora non mi sono fatto un’opinione netta.

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introducingjossstonePartiamo da Joss Stone. Avevo già avuto modo di parlarne anni fa, in occasione dell’uscita dei suoi primi due album. Ai tempi mi auguravo che non finisse per seguire la traiettoria da starlette di Britney Spears o Christina Aguilera e aspettavo al varco il terzo album proprio per verificare la cosa.

La copertina mezza nuda di Introducing Joss Stone non mi aveva ispirato grande fiducia ed in effetti il primo ascolto dell’album mi ha lasciato fortemente deluso: anni luce dai lavori precedenti, con fastidiosi inserti hip-hop e ammiccamenti che sembravano fatti apposta per arpionare ragazzini su MTV.

Dopo un periodo di rifiuto ho però riprovato ad ascoltare l’album e stavolta ne ho tratto un’impressione diversa. Gli inserti hip-hop sono sempre fastidiosi, ma la musica non è poi male. Direi quasi che rispetto agli album precedenti c’è stata un’evoluzione positiva: la produzione è più pulita ed il suono più compatto, in generale più maturo.
Sulla traiettoria, il giudizio rimane sospeso :D

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watershedAnche degli Opeth ho già parlato ed anche per loro ero in attesa dell’ultimo album: la nuova direzione musicale intrapresa in Ghost Reveries mi aveva lasciato perplesso ed aspettavo al varco Akerfeldt e compagni. Purtroppo, nemmeno Watershed ha risolto i miei dubbi.

Una delle riserve maggiori che avevo sul gruppo era legata all’abbandono di Martin Lopez, il cui stile batteristico era forse uno dei motivi principali che mi facevano apprezzare gli Opeth. Da questo punto di vista devo però dire che Martin Axelrot fa egregiamente il suo dovere, pur avendo uno stile ovviamente diverso.

Watershed continua nel solco già tracciato: parti melodiche accostate a parti più dure e tipicamente metal, anche se le prime guadagnano uno spazio che in passato non avevano, grazie all’inserimento delle tastiere. Si sente chiaramente che la produzione musicale è di livello sopraffino, ma rimane qualcosa di poco convincente che non riesco a focalizzare. Forse ho semplicemente esaurito il mio bonus di black metal che posso ascoltare senza stufarmi :D

Le copertine sono copyright dei rispettivi detentori dei diritti.

Riepilogo musicale /4

Monday, March 2nd, 2009

Ho parlato di musica scoperta grazie a last.fm, ma non è certo l’unico modo di imbattersi in cose interessanti.

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youarewhatyouisNon è particolarmente sorprendente, a pensarci, che la mia scoperta di Frank Zappa sia stata mediata da Elio e le Storie Tese: entrambi creano musica estremamente complessa, ma la presentano in modo che sembri quasi buttata lì per scherzo.

Tutto è partito quando sono inciampato sul video di uno spettacolo, in Svizzera, nel quale gli Elii hanno eseguito Broken Hearts are for Assholes e You are what you is. Sono andato quindi a cercare gli album in cui le canzoni erano originariamente inserite ed ho scoperto Sheik Yerbouti e You are what you is: al momento le uniche due produzioni di Zappa che abbia ascoltato.

Approfondendo l’ascolto di questi due album non è difficile capire come mai Zappa occupi un posto di tutto rispetto nel panorama della musica moderna e come mai si sia sempre circondato di musicisti di grande talento: dagli arrangiamenti alla fusione con altri generi musicali ai testi, tutto mostra una scintilla di genio. Inevitabile effetto collaterale: la sperimentazione continua produce opere geniali ma anche pezzi di dubbia qualità, che non risparmiano nessuno dei due album.

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brothertobrotherA differenza di Zappa, è probabile che il nome di Gino Vannelli non dica nulla ai più. Io, ad esempio, lo confondevo con Maurizio Vandelli. Se invece avete pensato a Joe T Vannelli, cospargetevi il capo di cenere :D

Vannelli è un cantante canadese (con parenti palesemente italiani), che a qualcuno potrebbe essere familiare per I Just Wanna Stop, un pezzo che ha conosciuto una discreta notorietà ed è contenuto nell’album Brother to Brother. L’album – citato come controesempio dal mio maestro di batteria durante un discorso sul penoso stato della musica italiana – è un’interessante fusione di pop, jazz e soul con tocchi di funk. Gli arrangiamenti (quasi da big band) non ne penalizzano la freschezza e l’immediatezza.
E’ un po’ lontano da ciò che ascolto di solito, ma non per questo meno apprezzabile. Ovviamente non dimostra nulla sulla musica italiana, se non quanto siamo messi male rispetto ad altri paesi ;)

Le copertine sono copyright dei rispettivi detentori dei diritti.

Riepilogo musicale /3

Wednesday, February 25th, 2009

Dopo aver parlato di anni ’60 e ’70, torniamo nel presente, con un paio di album che ho scoperto grazie ai suggerimenti di last.fm.

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thedarkthirdIn ordine di tempo, gli ultimi ad aver attratto la mia attenzione sono stati i Pure Reason Revolution, un gruppo britannico con chiare influenze progressive, mischiate però a dosi abbondanti di elettronica.

Probabilmente, se qualcuno mi avesse descritto il genere musicale prima di farmi ascoltare qualcosa, li avrei liquidati come il solito tentativo di creare un ibrido malriuscito e non li avrei degnati di alcuna attenzione. E’ invece successo che me li sia trovati più volte nella playlist casuale di last.fm, al punto che dopo un paio di settimane conoscevo praticamente tutto The Dark Third, pur non avendo idea che le tracce facessero parte di uno stesso album.

Non si è trattato di una scoperta che definirei sensazionale, ma è senza dubbio un album di piacevole ascolto (anche se i testi non hanno alcun senso :P).

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crashUna sorte piuttosto simile è toccata alla ben più nota Dave Matthews Band, che non conoscevo affatto prima che last.fm infilasse a tradimento nella mia playlist alcuni pezzi che hanno subito catturato la mia attenzione. Tutto è partito quindi da So Much to Say e Drive In Drive Out, che mi hanno incuriosito al punto da ascoltare tutto l’album da cui sono tratte: Crash.

L’album è un po’ altalenante: è buono nel complesso, ma sono pochi i pezzi che mi hanno colpito al di là di quelli che ho citato sopra. Soffre forse di una certa tendenza a ripetersi, soprattutto nei pezzi più soft ed acustici.

Menzione particolare per Carter Beauford, batterista sorprendente per groove, pulizia e precisione.

Le copertine sono copyright dei rispettivi detentori dei diritti.

Riepilogo musicale /2

Saturday, February 21st, 2009

Dopo aver parlato di musica degli ultimi anni, facciamo un salto nel passato prossimo.

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abbeyroadE’ difficile dire di non conoscere i Beatles. Quando si nuota nel mare si finisce sempre per bere un po’ di acqua salata: allo stesso modo chiunque si trovi a nuotare nella musica non può non ingoiare la propria razione di Beatles [1].
Però da qui a dire di conoscerli veramente il passo è enorme: ecco perché in realtà conosco i Beatles solo da pochi anni [2].

Tutto è partito da One, il raccoltone enciclopedico dei maggiori successi, ascoltato per caso in ufficio. A questo si è aggiunta la necessità di imparare a suonare prima uno, poi due, poi tre dei loro pezzi meno noti, fino a che la curiosità mi ha spinto ad andare oltre i greatest hits, verso i loro album veri e propri.

Ascoltando Revolver, Rubber Soul o Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band risulta immediatamente chiaro perché i Beatles abbiano fatto – o sarebbe meglio dire siano – la storia della musica moderna. C’è il rock, il blues, il pop, ci sono testi impegnati e testi nonsense, ci sono chitarre, batterie, tamburelli, cori, violoncelli, sitar. Ci sono soprattutto dei pezzi talmente azzeccati da sembrare moderni persino con quarant’anni sul groppone.

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fragileAltro gruppo del passato che ho conosciuto solo negli ultimi tempi sono gli Yes. Laddove i Beatles sono l’epitome del gruppo di successo che chiunque ascolta, gli Yes  rappresentano invece la tendenza a costruire una musica complessa, che difficilmente si apprezza al primo ascolto.

Dimostrazione di questo fatto è anche la quantità di album che citerò nel post: più o meno lo stesso lasso di tempo che mi è servito a divorare tutti i principali album dei Beatles è stato necessario per digerire un solo lavoro degli Yes. In compenso, Fragile è stato per me oggetto di una vera e propria epifania. Un giorno l’ho riascoltato ed è stato come sentirlo per la prima volta: tutta l’apparente inaccessibilità è svanita e sono riuscito a percepirne la complessità come bellezza invece che come difficoltà. Ed è veramente eccezionale.

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[1] Il che, pensando alla traduzione del nome, fa un po’ schifo :D
[2] Del resto già nel 1984 – quando io avevo due anni – qualcuno si chiedeva chi fossero i Beatles.

Le copertine sono copyright dei rispettivi detentori dei diritti.